Manlio Milani: “Se Parigi è come Piazza Loggia”
Fonte: Corriere della Sera (edizione di Brescia) – 18 novembre 2015
Se Parigi è come Piazza Loggia
di Manlio Milani*
Come ho reagito di fronte agli attentati parigini? Quali immagini hanno riprodotto nella mia memoria esperienziale? Come in un film, ho rivissuto quel 28 maggio 1974: nelle sue modalità e conseguenze. Ma anche Piazza Fontana, Italicus, Stazione di Bologna: la tragicità di una storia avvenuta in questo Paese, troppo facilmente dimenticata e con essa anche i lamenti, le sofferenze, le perdite subite da quanti hanno voluto consegnarci istituzioni e regole democratiche.
Dimenticare, ecco: come se fosse «offensivo» far emergere quelle sofferenze nella storia del Paese. Ma anche far dimenticare con quanta determinazione democratica fu contrassegnata la risposta bresciana nella consapevolezza che «tutti eravamo stati colpiti». Forse, proprio per questa memoria ho sentito subito il bisogno di uscire per cercare di ritrovarmi con altri, dire ancora una volta, che tutti eravamo stati colpiti. Sono le stesse modalità che hanno segnato Parigi, i suoi cittadini: corpi straziati, sirene, paure, non sentire un solo luogo sicuro e nello stesso tempo non accettare questa condizione. Quei luoghi segnati dalla violenza si sono ricoperti di fiori: pietà e partecipazione solidale. Anche questo avvenne in Piazza Loggia. Eppure ero attraversato da un senso di disagio: perché non abbiamo reagito in altrettanto modo di fronte alle stragi, tragicamente più ampie, avvenute al mercato di Beirut, alla manifestazione tunisina? Perché sono rimaste così lontane, «fuori zona»? Davvero non ci riguardavano?
La mia memoria ritorna indietro, all’11 settembre 1973, al golpe che abbatté il governo di Allende. Anche allora, nonostante le manifestazioni, lo vivemmo da lontano, come se non ci riguardasse da vicino. Otto mesi dopo ci sarà la strage di Piazza Loggia. Credo che questo sia un passaggio fondamentale da cogliere: capire che quanto accade attorno a noi, indipendentemente dai luoghi in cui accade, ci riguarda e ci deve spingere a comprendere, a guidarci nelle azioni da intraprendere. Mi preme sottolineare questo punto: cosa significa guardare solo ai “nostri” morti e non vedere anche i “loro”? Forse ciò che vale è soltanto la nostra sofferenza, le nostre perdite, come se in loro non si riproducessero allo stesso modo? Non è forse in questa “separatezza” dei sentimenti che si produce indifferenza verso quanti sono lontani da noi e per questo «non esistono»? Indifferenza che ci impedisce di cogliere le loro condizioni perché i loro problemi non ci toccano. Ci rifugiamo dentro l’idea che l’altro è il “nemico” da combattere. E risuona il grido, terribile, di «Guerra» e rimbalzano su quotidiani titoli come “Bastardi islamici”, sentiamo dichiarazioni che chiedono di bombardare le loro città, senza distinzioni. Sono atteggiamenti che mettono insieme, alimentano in modo sciagurato odio e violenza. Così facendo non riusciamo (ma probabilmente non vogliamo) a guardare i volti di chi è costretto a fuggire, cogliere in quei volti il perché emigrano, da quali paure sono attraversati, quanta sofferenza, disperazione vi è in essi disegnata per aver dovuto abbandonare il proprio territorio ma anche il desiderio di ritornare a vivere. Rifiutiamo di guardare quei volti per non vedere riflesse le nostre paure, l’ansia di perdere il nostro “benessere”. Rifiutiamo di capire come tutto ciò sia potuto accadere, non ci interroghiamo rispetto alle nostre responsabilità. E ci rinchiudiamo in noi stessi, rischiamo di rimpicciolirci, di perdere parte della nostra fragile umanità e cominciamo a chiederci: cosa dobbiamo, possiamo rinunciare delle nostre libertà in cambio di “sicurezza”. Anche qui dimenticando come le stragi e il terrorismo degli anni ’70 siano stati sconfitti senza rinunciare ai diritti fondamentali che regolano il nostro stare insieme. Il terrorismo non è la guerra: vuole trascinarci verso azioni violente, farci paura, usa la violenza per rompere le relazioni e portarci ad odiare.
Credo che siano due le cose certamente da fare. In primo luogo non aver paura a raccontare alla nuove generazioni cosa significa (e produce) la violenza, come l’abbiamo affrontata, e soprattutto che essa è sempre vicina a noi. In secondo luogo avere la consapevolezza che il terrorismo non è la guerra. Per questo dobbiamo reagire continuando a restare noi stessi, senza cadere nella trappola di diventare come loro.
* Presidente dell’Associazione familiari delle vittime della strage di Piazza della Loggia
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